Impressioni su "Il malato immaginario"

GENOVA, TEATRO DELLA CORTE

domenica 14 gennaio 2018

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Il medico ha pronta

la sua scappatoia:

“Un peggioramento improvviso”

Questo anonimo autore di Senryu, un genere di poesia giapponese assimilabile per tonalità e tematiche al giambo greco, anticipando nel tempo e nello spazio il drammaturgo francese, esprime in maniera inequivocabile quell’universale diffidenza verso la classe dei dottori che animava, e anima ancora oggi, certe persone. Nel Giappone del XVII secolo, caratterizzato dall’egemonica presenza della famiglia Tokugawa al potere, la satira politico-sociale non era affatto tollerata, tanto che i più polemici fra gli haijin tramandarono i propri versi in forma anonima.

Questo scenario non è poi così diverso da quello presente a oltre diecimila chilometri di distanza, più a ovest, dove sorgeva l’assolutista regno di Luigi XIV, passato alla storia con l’appellativo di Re Sole. È la Francia dello sfarzo, della maestosità di Versailles, canto del cigno di un’aristocrazia ormai decadente, ma, ancora di più, è la Francia di Molière. 

Grande autore e interprete delle sue stesse opere, Molière realizzò il proprio successo, perché coniugò con originalità la cultura classica, studiata al Collège de Clermont, con i gusti esigenti della corte transalpina. Ne è un esempio lampante, oltre che epilogo della sua carriera, il celeberrimo Malato Immaginario, recentemente portato in scena al Teatro  della Corte di Genova.

La commedia deriva molti spunti dalla tradizione romana, richiamandosi a Plauto, padre del genere comico latino, e a Terenzio. Il primo, con cui Molière si era cimentato in precedenza realizzando dei remakesdi Amphitruo e Aulularia, ispira l’architettura dell’opera: una situazione di relativa tranquillità viene tutto a un tratto interrotta da un evento inaspettato e sarà dovere del servus callidus (lo schiavo astuto, qui declinato al femminile!) dare il suo contributo per garantire al suo padrone un happy ending. Col secondo, Molière ha in comune il gusto per la riflessione, la volontà di affrontare temi seri sotto la superficie giocosa del comico: qui si tratta di scherzare e di riflettere sul valore e limiti della medicina e dei suoi rappresentanti, che vengono messi alla berlina per il loro attaccamento ossessivo ai testi della tradizione, un punto fermo, un qualcosa di intoccabile e indiscutibile, sempre e comunque.

Centro dell’opera è la figura emblematica di Argante, un ipocondriaco con soldi in abbondanza, da destinare unicamente alle sue medicine, prescrittegli a regolare cadenza. Le persone vicine a lui sono molto diverse fra loro: da una parte Belinda, sua sposa novella e matrigna dissimulatrice, e dall’altra Angelica, figlia di primo matrimonio, colpevole agli occhi del padre di disubbidire alla sua volontà. In verità, l’unica colpa della giovane è l’opposizione al piano del padre di darla in sposa a uno dei suoi cari amici medici. L’unica alternativa concessale è il convento. Nel mezzo di questi contrasti familiari, interviene la serva Tonietta, che, garante della causa di Angelica, cerca con ogni mezzo di dissuadere l’anziano padrone dall’imporre un sempliciotto di medico come sposo per la figlia. Dopo alterne vicende e siparietti comici, Tonietta e Beraldo, fratello di Argante, architettano un piano per mettere Belinda fuori dai giochi e aprire gli occhi al vecchio, non ancora convinto, nonostante le martellanti argomentazioni contro la medicina avanzate dal fratello.

La serva, travestitasi da medico, proporrà cure talmente drastiche, fra le quali l’amputazione, che Argante ritornerà sui suoi passi. Rimane irremovibile solo su un punto: l’assoluta convinzione della fedeltà e della devozione della sua seconda moglie. Tutto ciò viene subito smentito, nel momento in cui Belinda, avendo abboccato alla falsa notizia della morte del marito, si abbandona a una gioia incontenibile proprio davanti al “cadavere”. Al contrario, l’unica davvero fedele e affezionata sarà la figlia, disposta addirittura a ubbidire all’insano proposito del padre, pur di rispettarne la memoria. Il lieto fine è assicurato: il matrimonio d’amore viene concesso e il promesso sposo promette di studiare medicina, pur di veder felice il suocero.

Nella versione moderna, quella di domenica 14 gennaio, sono stati tolti tutti gli intermezzi cantati e ballati, che nonostante un tempo fossero assai apprezzati dal pubblico imparruccato di Versailles, oggi appaiono come un superfluo retaggio passato. Eccellente la qualità dello spettacolo: la scenografia, minimalista e per certi versi vicina ai canoni moderni, e i costumi, non seicenteschi ma neppure vistosamente moderni, sono stati azzeccati.

Quanto alla recitazione, appurato che in questo genere di teatro la mimica e il sapiente uso della voce assumono primaria importanza, è facile dedurre perché il lavoro degli attori, in particolare di coloro che interpretavano Argante e Tonietta, cioè  Gioele Dix e Anna della Rosa, sia stato più volte acclamato dal pubblico con intense ondate di applausi. L’uno bravissimo per la sua versatilità nell’interpretare un personaggio dalle numerose sfaccettature psicologiche (in particolare nella parte dell’iracondo, che ha strappato non poche risate in platea); l’altra per un’acuta espressività e l’egregia abilità imitatoria, che toccava il suo apice nei famigerati “a parte” di plautina memoria. Ma tutta la Compagnia è stata debitamente festeggiata: tutti sono stati perfetti nei loro rispettivi ruoli, intrattenendo con gusto e maestria il numerosissimo pubblico presente.

In conclusione, è doveroso segnalare come questo capolavoro di Molière fosse passato totalmente in sordina al tempo dei suoi contemporanei, che criticarono aspramente il suo stile, ritenuto troppo volgare. Eppure tutto quel “turpiloquio”, nei fatti limitato a innocue invettive fra padrone e serva, sarebbe stato rivalutato dopo la morte dell’autore dalla stessa Accademia di Francia, che presa dal rimorso per non averlo accettato tra i suoi membri, eresse una statua in suo onore, con la dicitura: “Nulla manca alla sua gloria, egli manca alla nostra.”

                                                                               Luca Gambera – IV Liceo Classico Mondovì (CN)

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